Quando essere forti smette di essere una scelta
Ci sono persone che sostengono carichi di lavoro molto elevati, affrontano problemi complessi e sono considerate, tanto nella vita professionale quanto in quella personale, quelle sulle quali si può sempre contare. Anche quando attraversano un momento difficile tendono a non mostrarlo: continuano a occuparsi di ciò che deve essere fatto e, quando qualcuno domanda loro se abbiano bisogno di una mano, rispondono quasi automaticamente: “Tranquillo, ce la faccio”.
Molto spesso ce la fanno davvero, ed è proprio per questo che è difficile accorgersi di quanto questa posizione possa diventare faticosa. Dall’esterno, la difficoltà nel chiedere aiuto non appare come una fragilità: viene scambiata, e spesso premiata, come autonomia, affidabilità e capacità di reggere la pressione. Emerge soltanto quando le richieste aumentano, le energie diminuiscono e scopriamo che riconoscere di avere bisogno di aiuto e riuscire a chiederlo sono due cose molto diverse.
Tra il bisogno e la possibilità di esprimerlo, infatti, si attivano pensieri come “non voglio disturbare”, “dovrei riuscirci da solo”, “se devo spiegare tutto faccio prima io” oppure “non voglio sembrare incapace”, che trasformano un bisogno legittimo in qualcosa da giustificare, ridimensionare o nascondere. Così si chiede aiuto soltanto quando non esistono più alternative, oppure in modo talmente indiretto da risultare quasi invisibile, sperando che siano gli altri ad accorgersi spontaneamente della nostra fatica e a risparmiarci il passaggio più difficile: dichiarare apertamente che, questa volta, non possiamo o non vogliamo fare tutto da soli.
Forse, allora, la domanda non è perché facciamo fatica a chiedere aiuto, ma che cosa significa per noi avere bisogno di qualcuno, e che cosa immaginiamo che quel bisogno dica di noi.
Quando essere forti diventa una regola
L’Analisi Transazionale offre una chiave di lettura attraverso il concetto di driver, cioè alcune spinte interne che orientano il nostro comportamento soprattutto nelle situazioni di pressione. Una di queste è il “Sii Forte”: contenere le emozioni, affrontare da soli le difficoltà, non pesare sugli altri, mostrare poco la propria vulnerabilità e continuare a funzionare anche quando sarebbe necessario fermarsi.
Essere autonomi e resistenti non è un problema; al contrario, sono risorse che possono averci permesso di attraversare periodi complessi. La questione cambia quando la forza smette di essere una possibilità e diventa una condizione necessaria per sentirci adeguati: quando “posso farcela da solo” si trasforma in “devo farcela da solo”. Nel primo caso l’autonomia è una competenza da usare quando serve; nel secondo, chiedere sostegno assume un significato molto più ampio della richiesta concreta. Non stiamo più dicendo soltanto “puoi aiutarmi?”, ma possiamo sentire di stare ammettendo “non sono abbastanza capace”, “sono diventato un peso” oppure “adesso vedrai una parte di me che preferirei non mostrarti”. Con questi significati addosso, diventa comprensibile perché si arrivi a evitare la richiesta anche quando sappiamo che sarebbe la scelta più sensata.
Quando si impara a essere quelli che ce la fanno
Dire che bisognerebbe imparare a chiedere aiuto serve a poco se non ci si interroga sulla posizione dalla quale quel comportamento nasce. Essere autonomi e non mostrare i propri bisogni può essere stato, in momenti precedenti della vita, un adattamento molto utile. Può accadere, per esempio, quando cresciamo accanto a persone già impegnate, preoccupate o poco disponibili, quando veniamo riconosciuti soprattutto per essere bambini maturi e responsabili oppure quando mostrare una difficoltà non produce la risposta di cui avremmo avuto bisogno.
Non serve che qualcuno ci abbia detto esplicitamente “devi essere forte”: molte regole si imparano attraverso l’esperienza ripetuta di ciò che viene accolto e di ciò che, invece, sembra creare preoccupazione, fastidio o distanza. Essere “quello forte” o “quella che tiene tutto insieme” diventa così una posizione relazionale e identitaria, un modo per mantenere il proprio posto, ricevere riconoscimento e sentirsi al sicuro. Per questo chiedere aiuto non significa soltanto ammettere un limite: rischia di incrinare un’identità che per molto tempo ci ha dato sicurezza e valore.
Nel lavoro, questa posizione viene spesso premiata
Nel contesto professionale autonomia, affidabilità e capacità di reggere la pressione sono spesso qualità riconosciute e apprezzate. Chi è abituato a fare da sé prende in carico i problemi che altri non sanno risolvere, resta più a lungo durante le emergenze, non porta una difficoltà al proprio responsabile finché non ha già una soluzione e, proprio perché appare sempre capace, riceve sempre più richieste. Si crea così un circuito difficile da riconoscere: più reggo, più mi vengono affidate responsabilità; più responsabilità ricevo, più mi convinco che il mio valore dipenda dalla capacità di sostenerle senza creare problemi.
Quando il carico diventa eccessivo, la fatica cresce insieme alla difficoltà di chiedere sostegno, perché chiederlo significherebbe mostrare un’immagine diversa da quella costruita e, magari per anni, premiata. Possono comparire solitudine, irritazione verso chi non si accorge della nostra stanchezza, insofferenza verso chi dichiara i propri limiti con facilità. Eppure, qualche volta, gli altri non vedono la nostra fatica anche perché abbiamo imparato molto bene a non mostrarla. È una forma particolare di invisibilità: siamo molto visibili per ciò che risolviamo e quasi invisibili per ciò di cui avremmo bisogno.
Questo non significa ignorare che esistano contesti nei quali le richieste sono realmente eccessive o la disponibilità viene sfruttata, ma distinguere ciò che appartiene all’organizzazione da ciò che appartiene alla nostra modalità di starci dentro. Anche cambiando azienda o responsabile, infatti, potremmo ritrovarci dopo qualche tempo a occupare la stessa posizione.
Non si tratta di smettere di essere forti
L’obiettivo non è diventare dipendenti dagli altri, ma recuperare la possibilità di scegliere: una risorsa resta tale soltanto quando possiamo decidere se usarla. Costruire una posizione diversa può significare permettersi di dire che qualcosa è troppo prima di arrivare al limite, riconoscere che competenza e bisogno non si escludono e sperimentare, poco alla volta, che una relazione sopravvive anche quando non siamo noi a sostenere l’altro, ma lasciamo che sia l’altro a sostenere noi.
Prima ancora di obbligarci a formulare richieste che non ci sentiamo pronti a fare, può essere utile osservare che cosa accade dentro di noi nel momento in cui avremmo bisogno di qualcuno e domandarci che cosa temiamo che quella richiesta racconti di noi. Forse temiamo di sembrare meno competenti, di diventare un peso o di deludere chi ci ha sempre conosciuti come quelli che “ce la fanno”. Oppure scopriamo semplicemente di avere poca familiarità con la possibilità di affidarci, perché per molto tempo siamo stati soprattutto noi il luogo sicuro degli altri.
Poter dire “questa volta ho bisogno di te” non cancella tutto ciò che siamo capaci di sostenere da soli. Significa soltanto che non abbiamo più bisogno di dimostrarlo ogni volta.
Ed è forse proprio questa la possibilità nuova da costruire: non smettere di essere forti, ma smettere di doverlo essere sempre.
