Perché mi sento solo anche in mezzo alla gente?

Perché mi sento solo anche in mezzo alla gente?

L’eroe solitario e la difficoltà di lasciarsi raggiungere

Ci sono persone che raramente sono davvero sole e che, nonostante questo, conoscono molto bene la solitudine: hanno colleghi con cui lavorano ogni giorno, amici, una famiglia, una rete di relazioni, sono presenti quando qualcuno ha bisogno di loro, ascoltano, sostengono, partecipano e, tuttavia, rimane una sensazione difficile da spiegare, quella di essere, in fondo, sempre un po’ sole.

La solitudine, infatti, non dipende soltanto dal numero di persone che abbiamo intorno, perché possiamo sentirci soli anche in mezzo agli altri e avere relazioni apparentemente ricche e presenti. Sentirsi davvero in relazione con qualcuno non significa semplicemente condividere uno spazio o trascorrere del tempo insieme, ma potersi mostrare per ciò che si è, senza sentire il bisogno di proteggere continuamente le parti più fragili di sé, ed è proprio da qui che, qualche volta, emerge una dinamica che incontro spesso nel mio lavoro.

Ci sono persone che hanno imparato molto presto a cavarsela da sole, che difficilmente chiedono aiuto, che trovano una soluzione quando gli altri si bloccano e tengono insieme le situazioni quando sembrano complicarsi; vengono descritte come forti, affidabili, autonome e, nella maggior parte dei casi, lo sono davvero.

L’autonomia, però, smette di essere soltanto una risorsa quando passa, quasi impercettibilmente, dal significare «posso farcela anche da solo» al significare «devo farcela da solo». È una differenza sottile, ma cambia profondamente il modo di vivere le relazioni, perché nel primo caso chiedere aiuto rimane una possibilità, mentre nel secondo diventa qualcosa da evitare, dal momento che espone al rischio di dipendere dagli altri, di essere delusi o di mostrare un bisogno che si preferirebbe tenere nascosto.

È quella posizione che potremmo chiamare, senza trasformarla in un’etichetta, l’eroe solitario: una persona che ha imparato a essere forte al punto da non sapere più come lasciarsi sostenere e che, molto spesso, non desidera affatto stare sola ma, al contrario, vorrebbe relazioni profonde e autentiche, pur avendo imparato che il modo più sicuro per proteggersi consiste nel non avere bisogno di nessuno.

Ed è proprio questa protezione che, con il tempo, rischia di trasformarsi nella sua solitudine.

Essere indispensabili non significa essere riconosciuti

C’è una forma di solitudine che riguarda proprio le persone più disponibili verso gli altri, quelle che ascoltano, consigliano, risolvono e sostengono, tanto che chi le circonda sa di poter contare su di loro e, proprio per questo, tende a cercarle soprattutto nei momenti difficili.

È possibile, però, essere molto importanti per gli altri e sentirsi comunque profondamente soli, perché essere necessari non equivale a essere riconosciuti e, se nelle relazioni mostriamo soprattutto la parte competente, efficiente e affidabile di noi, sarà inevitabilmente con quella parte che gli altri entreranno maggiormente in contatto. Ci apprezzeranno per ciò che sappiamo fare e per quello che siamo capaci di offrire, ma avranno molte meno occasioni per conoscere ciò che proviamo, ciò che temiamo o ciò di cui abbiamo bisogno.

Così può accadere qualcosa di paradossale: possiamo raccontare moltissime cose senza raccontare davvero noi stessi, prenderci cura di tutti evitando accuratamente che qualcuno si prenda cura di noi, essere sempre presenti per gli altri e continuare, nello stesso tempo, a convincerci di non avere bisogno di nessuno.

La distanza, allora, non nasce necessariamente dall’allontanarsi dalle persone, perché può essere costruita anche rimanendo loro molto vicini, partecipando alle loro vite e lasciando che entrino nella nostra, purché non arrivino fino a quelle parti che abbiamo imparato a proteggere.

Quando la forza diventa una gabbia

La parte più delicata di questa dinamica è che, nella maggior parte dei casi, è nata per proteggerci, perché forse, in un momento della nostra storia, essere autonomi è stato davvero il modo migliore per affrontare ciò che stavamo vivendo, chiedere aiuto non era possibile oppure non era sufficientemente sicuro, e diventare quelli forti ci ha permesso di trovare un equilibrio e di andare avanti.

Il problema nasce quando continuiamo a utilizzare la stessa strategia anche molti anni dopo, in relazioni completamente diverse, perché ciò che un tempo ci ha protetto può lentamente iniziare a limitarci: ci protegge dalla delusione, ma anche dalla possibilità di essere accolti; ci protegge dal rifiuto, ma anche dall’esperienza di scoprire che qualcuno potrebbe restare; ci protegge dalla sofferenza ma, insieme, ci allontana anche da quella vicinanza che continuiamo a desiderare.

La forza, in questo modo, può trasformarsi lentamente in una gabbia, non perché essere autonomi sia un problema, ma perché non poter scegliere di non esserlo mai significa perdere una parte importante della libertà che quella stessa autonomia avrebbe dovuto garantirci.

Una possibilità diversa

Uscire dalla posizione dell’eroe solitario non significa rinunciare alla propria autonomia, ma darle un significato nuovo, perché l’autonomia adulta non consiste nel non avere bisogno di nessuno, bensì nel poter scegliere quando fare affidamento sulle proprie risorse e quando, invece, concedersi di essere sostenuti senza vivere quella scelta come una sconfitta.

Questo passaggio, però, non riguarda soltanto la capacità di chiedere aiuto, perché spesso ciò che rende così difficile affidarsi a qualcuno è la paura che accompagna quella possibilità: paura di essere delusi, di non essere compresi, di mostrare una parte di sé che potrebbe non essere accolta, di avere bisogno di qualcuno e scoprire che quella persona non c’è, oppure di esporsi abbastanza da poter essere feriti proprio nel punto in cui ci si è mostrati più vulnerabili. Se abbiamo imparato che contare soprattutto su noi stessi è il modo più sicuro per proteggerci, lasciare entrare qualcuno non rappresenta semplicemente un gesto di fiducia, ma significa accettare una quota di rischio che per molto tempo abbiamo cercato di evitare.

Per questo non basta dirsi che chiedere aiuto non diminuisce il nostro valore o che affidarsi a qualcuno non ci rende meno competenti o meno forti, perché possiamo comprenderlo perfettamente sul piano razionale e continuare comunque a sentire il bisogno di proteggerci. La fiducia non nasce da una decisione improvvisa e non richiede di smettere di avere paura, ma può costruirsi lentamente, una relazione alla volta, attraverso l’esperienza di poter abbassare un poco la guardia e verificare che cosa accade, scegliendo con attenzione le persone con cui sentirsi sufficientemente al sicuro da mostrare qualcosa di sé che normalmente rimane nascosto.

Non è necessario raccontare tutto a tutti e non è necessario smettere di essere autonomi, perché non si tratta di sostituire l’autonomia con la dipendenza né di convincersi che gli altri non potranno mai deluderci. Si tratta, piuttosto, di scoprire che esiste una possibilità in più: quella di non lasciare che sia sempre la paura a decidere quanto possiamo avvicinarci agli altri, quanto possiamo mostrare di noi e quanto possiamo permettere a qualcuno di esserci davvero.

Forse, allora, quando ci sentiamo soli anche in mezzo agli altri, la domanda non è soltanto perché nessuno riesca ad avvicinarsi abbastanza, ma può essere utile chiederci anche quanto permettiamo agli altri di farlo, che cosa temiamo possa accadere se qualcuno arrivasse davvero vicino e se, senza accorgercene, continuiamo a proteggere quella parte di noi che desidera essere vista proprio tenendola accuratamente nascosta.

Non per attribuirci la responsabilità della nostra solitudine, ma per comprendere che esistono modi diversi di stare nelle relazioni e che una strategia che in passato può essere stata necessaria non deve necessariamente continuare a determinare il modo in cui viviamo i legami nel presente. Possiamo conservare la nostra forza senza essere costretti a usarla continuamente come un’armatura e possiamo riconoscere la paura senza lasciare che sia sempre lei a stabilire la distanza tra noi e gli altri.

Perché, qualche volta, il contrario della solitudine non è avere più persone intorno, ma poter smettere, almeno con qualcuno, di dover essere sempre la persona che non ha bisogno di nessuno.

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