Controllare tutto per non soffrire: il meccanismo che ci protegge e ci blocca

Controllare tutto per non soffrire: il meccanismo che ci protegge e ci blocca

C’è chi pianifica ogni dettaglio di una serata per non essere colto impreparato, chi rilegge una mail cinque volte prima di mandarla, chi ha bisogno di sapere in anticipo come andrà, la cena, la riunione, la conversazione difficile, perché l’incertezza genera un disagio che fa fatica a tollerare.

Il controllo, nella vita quotidiana, ha mille volti e quasi nessuno lo chiama con questo nome.

Di solito si chiama precisione, responsabilità, cura, a volte si chiama ansia, ma anche lì, ci si ferma al sintomo senza andare più in fondo.

Eppure, vale la pena andare più in fondo, perché capire da dove viene il bisogno di controllare tutto, cambia profondamente il modo in cui ci si convive.

Il controllo nasce per proteggerci.

Non è un difetto di carattere, non è una debolezza, è una risposta intelligente, una delle più intelligenti che il nostro sistema nervoso conosca.

A un certo punto della vita, qualcosa è successo, non sempre qualcosa di grande e drammatico: a volte è bastato un ambiente imprevedibile, un genitore il cui umore cambiava senza preavviso, la sensazione costante di dover stare pronti a qualcosa che non si sapeva bene cosa fosse. A volte erano aspettative molto alte, in cui sbagliare aveva un peso, e controllare ogni dettaglio era il modo per non deludere. A volte era semplicemente un clima di precarietà, qualcosa che poteva cambiare da un momento all’altro e tenere il controllo era l’unico modo per sentirti stabile in un mondo che non lo era abbastanza.

In tutti questi casi, il sistema ha imparato una cosa precisa: se controllo, sono al sicuro. Se lascio andare, rischio.

Quella risposta era adeguata, era il meglio che si poteva fare con quello che si aveva.

Il controllo, in origine, è un gesto d’amore verso sé stessi, è una parte di noi che ha imparato a sopravvivere e che ha fatto un lavoro egregio. Il problema non è che esista, il problema è che nel tempo tende a occupare tutto lo spazio, anche quello in cui non servirebbe più.

Il prezzo del controllo.

Quando il meccanismo protettivo diventa il modo ordinario di stare al mondo, inizia a costare qualcosa.

Lo si sente nel rimuginio che non si spegne, ho fatto bene? ho sbagliato? cosa pensano di me?  anche quando la situazione è già passata da ore. Lo si sente nell’evitamento di tutto ciò che è imprevedibile: le relazioni in cui non si sa come andrà, i conflitti aperti, le decisioni che non hanno una risposta garantita in partenza. Lo si sente nella fatica cronica di dover giustificare ogni scelta, anche a sé stessi. Nella sensazione di non riuscire mai a staccare davvero, nemmeno nei momenti in cui oggettivamente si potrebbe.

Il punto centrale è questo: non è la vita ad essere pericolosa, è che si è imparato a viverla come se lo fosse, e quella modalità, utile, intelligente, necessaria in un certo momento, continua a girare anche quando il pericolo non c’è più.

Il paradosso: più controllo, più ansia.

Qui sta il cuore del meccanismo, e vale la pena fermarcisi: Il controllo non riduce l’ansia, la alimenta.

Ogni volta che si evita una situazione per non sentire disagio, si manda al cervello un messaggio preciso: quella situazione era davvero pericolosa, hai fatto bene a scappare. Il sistema registra la conferma. La prossima volta, il segnale di allarme arriverà prima, più forte. Le eccezioni diventano impossibili, il cerchio si stringe.

C’è un’immagine che rende bene questa dinamica: tenere una palla sotto l’acqua. Finché spingi, stai al sicuro, la palla non sale, ma costa una fatica enorme, e non puoi mai togliere la mano.

Il controllo funziona esattamente così. Dà una sensazione di sicurezza nel breve periodo e nel lungo periodo mantiene in piedi esattamente la convinzione che lo alimenta: che senza di esso qualcosa vada storto. Che il mondo, o le persone, o le situazioni, non siano abbastanza affidabili da permettersi di allentare la presa.

La routine diventa gabbia, non perché sia sbagliata in sé, ma perché non si riesce più a uscirne anche quando si vorrebbe.

Cosa si può fare senza buttare tutto.

Qui è importante essere precisi, perché il rischio è di scivolare in un messaggio che non serve: smettila di controllarti, lascia andare, fidati della vita.

Non funziona così e non sarebbe onesto dirlo.

Non si tratta di eliminare il controllo, si tratta di scegliere cosa controllare davvero, di riconoscere le parti dello schema che ancora servono e quelle che invece ci tengono fermi.

Questo lavoro si fa in due tempi.

Il primo è capire da dove viene quella struttura, quando l’hai costruita, a cosa serviva, qual era il contesto in cui controllare tutto era la risposta più saggia che avevi. Questo non è un esercizio nostalgico, è un modo per togliere al meccanismo il suo automatismo. Perché quando si vede chiaramente che una risposta appartiene a un contesto preciso del passato, si smette di viverla come un tratto del carattere immutabile e si inizia a vederla per quello che è: una scelta che si può aggiornare.

Il secondo tempo è decidere cosa si vuole tenere e cosa si è pronti a lasciare andare. Non tutto in una volta, non con un atto di volontà, ma gradualmente, riconoscendo situazione per situazione quando il controllo serve davvero e quando invece sta proteggendo da qualcosa che non c’è più.

Nel lavoro, tutto questo ha un costo molto preciso.

E si manifesta in due direzioni opposte, che però nascono dallo stesso posto.

La prima è il perfezionismo. Chi vive con questo schema lavora, produce, si impegna, ma non è mai abbastanza, ogni risultato viene rilavorato, ogni dettaglio rivisto, ogni output trattenuto finché non è impeccabile. L’idea resta nel cassetto perché manca ancora qualcosa, la candidatura non parte perché il cv potrebbe essere migliorato, la presentazione viene rimandata perché c’è ancora un punto da chiarire.

Non è ricerca dell’eccellenza, è un freno elegante.

Finché non sono perfetto, non devo espormi, finché non sono pronto del tutto, posso rimandare. Il perfezionismo dà l’illusione di stare lavorando, mentre in realtà ci sta tenendo al sicuro da un’esposizione che fa paura.

La seconda direzione è il ritiro. Non il rimandare, il non fare. Il fermarsi prima ancora di iniziare, il togliersi dalla partita in modo silenzioso, quasi invisibile: declino l’opportunità, non mi propongo, lascio che altri occupino quello spazio, meglio non provare che rischiare di perdere il controllo del risultato.

Dall’esterno sembra disinteresse, a volte viene letto come mancanza di ambizione.

In realtà è la forma più radicale di controllo: se non gioco, non posso perdere.

Entrambe queste direzioni hanno lo stesso effetto nel lavoro: l’invisibilità. Non per mancanza di valore, ma perché quel valore resta trattenuto, protetto, nascosto dietro la perfezione impossibile o dietro il passo indietro silenzioso.

E in entrambi i casi, la domanda che vale la pena farsi è la stessa: sto proteggendo qualcosa che ha ancora bisogno di essere protetto?

C’è qualcosa nella tua vita, o nel tuo lavoro, che stai controllando con più fatica di quanta vorresti?

Vale la pena fermarsi su questa domanda, non per trovare una risposta immediata, ma per iniziare a guardare il meccanismo per quello che è: una risposta umana, costruita in un momento preciso, per una ragione precisa.

Non un destino.

Se vuoi esplorare da dove viene il tuo bisogno di controllo e cosa ti sta costando, scrivimi: simonapera@ventinovezerodue.it

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